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Catégorie : Présentations

Vita di San Teobaldo, Monsignor A. Allou - 1873

Vita di S. Teobaldo
Eremita Camaldolese, Patrono della Città di Badia
B. SOFFIANTINI

 

" Per gentile concessione del nipote Sig. Giorgio Soffiantini "


Battista Soffiantini (1878-1950) Cattolico fervente, a ventanni intraprese, per voto, un pellegrinaggio da Piacenza a Roma,per incontrare il Papa. In paese, la convinzione generale era che si sarebbe fatto frate, iniziò invece da laico un'attività di sindacalista-propagandista cattolico, cui non smise mai di dedicarsi. Dopo varie esperienze, nel 1908, giunse a Rovigo, dove avviò il primo Ufficio Provinciale cattolico del Lavoro. Fu direttore de «La Settimana», il giornale della Diocesi e partecipò, con le personalità di spicco del Polesine alle difficili vicende politiche e sociali del primo Novecento. Nel 1916 giunse a Badia Polesine dove, per incarico del Vescovo, diresse l'Istituto per orfani D. Caenazzo e F.Bronzin. Numerose le attività che svolse nel sociale per conto della chiesa cattolica, fino al 1950, anno della sua scomparsa. Tra i suoi numerosi scritti e pubblicazioni realizzò, nel 1933, un testo dedicato al Santo Patrono di Badia Polesine.


Visto : nulla osta alla stampa. Rovigo, 19 ottobre 1933
Imprimatur : ANSELMUS Ep.us Adrien.
Officina Tipografica Ugo Zuliani 1988 Badia Polesine


Diletti Parrocchiani,

E' per me un conforto spirituale poter presentare a voi una “Vita di S.Teobaldo”. Lo stimo il migliore ricordo di questa celebrazione centenaria : novecento anni dalla nascita dell'Eroe.

L'Autore ha saputo scolpire il glorioso Patrono di questa città con tale cura diligente, chiarezza e precisione da farne balzare viva la figura del soldato di Cristo, del glorioso campione della razza nuova creata dal Maestro divino.

La santa follia della Croce sostituita alla sapienza del mondo, rinuncia al mondo e assorbimento in Dio, passaggio pellegrino, che non lascia lembi di carne e di affetti ai rivi fiorenti sui margini della strada, tutto assorto nello spasimo dell'Eterno, nell'amore di Cristo, tenendo il corpo non come collettore di libidine, ma come tempio vivo dello spirito Santo: ecco S.Teobaldo. Il Santo, che insieme alle legioni di monaci, di anacoreti, di martiri, di vergini sprigiona tale corrente di spiritualità, che deve giungere a scuoterci nel più intimo dell'anima.

Si sa, il Vangelo parla di un doppio modo di guereggiare del soldato di Cristo. Il Salvatore divide i suoi fedeli in due gruppi. C'è la truppa scelta : quella dell'assalto. A questa appartiene S.Teobaldo. Ma c'è ancora tutta la massa dell'esercito, che, pur limitandosi alla guerra di difesa, deve essere animata da ardore bellicoso. Da questa non possiamo esimerci. Ognuno che abbia il nome di cristiano vi deve appartenere, perchè tutti sono tenuti a proteggere i confini. Il nemico non deve penetrare: il prezioso dono della vita spirituale non deve andare perduto. Essere fedele sentinella è il primo dovere del cittadino del regno di Dio.

Ecco, perchè guardando al nostro Santo glorioso, non dobbiamo limitarci a semplice ammirazione. C'è un minimo di imitazione che s'impone. Il Santo s'innalza alla vetta con la rinunzia sublime, l'austerità, la Croce per giungere alla luce. Noi, almeno la Croce della fedeltà ai comandamenti, la croce dei doveri del proprio stato, lo stato di grazia conservato senza mai venir meno. Ricordiamo che si leva anche per noi alto e possente il richiamo del Maestro: “Sequere me!”

Festa, di Cristo Re, 1933
Mons . ANGELO MARTINELLI
ARCIPRETE

 - L'ANTICA  ABBAZIA -


Negli ultimi anni dell'ottocento, dove ora sorge Badia Polesine, sopra un ramo del Tartaro, a difesa dalle scorrerie degli Ungheri, venne costruito un forte castello, circondato da un gruppo di poveri casolari denominato Pinzone.

Inalveate poi le acque scorrenti per l'immensa valle nell'antica fossa Chirola, dando così corso all'Adige, Almerigo marchese di Mantova, sollecitato dalla moglie Franca, donna piissima, fece edificare una chiesa dedicandola a Santa Maria Vergine e chiamando un sacerdote a custodirla.

Cresciute intorno alla chiesa le case e la popolazione, e stabilitasi, sotto la protezione della Vergine Beatissima, una “Scuola di Sacerdoti” diretta da Prete Giovanni, Almerigo II, figlio del fondatore della chiesa e sua madre Franca, nel 950, fecero dono alla comunità di molti beni posti per lo più nella Padovana. Morto quindi il Prete Giovani, e succedutogli, qualche anno dopo, il discepolo Martino, questi adottò la regola benedettina, prese il titolo di Abate del Monastero della Vangadizza e, protetto da Ugo di Toscana, nel 961, ottenne in piena proprietà da Re Adalberto l'isola di Carpi presso Legnago, in una con le terre a prato, i campi, le valli, le rive, le acque, i molini, le peschiere, i mercati, con diritto di trasmetterla ai suoi successori.

Nel 970 il castello del Pinzone e le sottostanti terre, per concessione di Ottone I° imperatore di Germania, passarono sotto il dominio d'Alberto Azzo, marchese d'Este; mentre, qualche tempo dopo, Ugo di Toscana, ampliato ed abbellito il Monastero, donava all'Abate altri beni posti in Arquà, Villa Marzana, Melara e Montagnana.

L'Abbazia andò guadagnando fama, estendendo sempre più la giurisdizione dei suoi Abati.

Infatti, da una bolla di Callisto II° del 1123 e da un'altra di Celestino III° del 1196, risulta che, fin dal secolo XII°, l'Abbazia aveva giurisdizione sulla parrocchie di San Giovanni Battista in Badia, di Villafora, Vangadizza presso Legnago, Salvaterra, Crocetta, Baruchella, Saguedo, Barbuglio, S.Martino di Venezze, Rasa, Gognano, Cavazzana, Fratta, Borsea e S.Sisto; nonché sulle chiese di S.Salvatore in Verona, d'Albaredo nel Vicentino, di S.Pietro in Monselice, dei Ss.Fermo e Pietro in Este, di S.Michele in Ponso, dei Ss.Simone e Giuda nel Bolognese, con diritto di disporre di tutte le pertinenze, i benefici, legati, d'ordinare i sacerdoti, servendosi di un vescovo a ciò delegato, di convocare il Sinodo, nominare, rimuovare, sospendere i parroci e coadiutori.

Vicario generale della diocesi della Vangadizza fu sempre l'Arciprete di S.Giovani Battista in Badia Polesine, il quale, per parecchi secoli, fu pure delegato a giudicare “il civile ed il criminale” del clero secolare vangadiense.

Nella Chiesa di quest'Abbazia, di cui oggi restano in piedi una semplice cappella, l'antico campanile e buona parte del Monastero, riposarono dal 1074 al 1810 le venerate ossa del Santo Eremita Teobaldo, che i nostri antichi padri hanno scelto a Protettore della propria Terra.

Nel 1810, soppresso, per decreto napoleonico, l'antico Monastero e caduta la proprietà in mani private, i venerati resti del Santo furono trasportati nella Chiesa Arcipretale dedicata a S.Giovanni Battista, con quelli di Primo e Feliciano: due gloriosissimi confessori della Fede, martirizzati nel terzo secolo del Cristianesimo.

Dopo la loro traslazione a Badia, le reliquie di S.Teobaldo vennero più volte riconosciute.

Il 25 giugno 1421, essendosi dovuto cambiare la cassetta che le conteneva, dopo il loro riconoscimento, tra l'esultanza del popolo, furono portate in trionfo per la cittadina, intervenendo alla cerimonia il Generale dei Camaldolesi, padre Antonio dei Ferro da Parma.

Il 5 giugno 1626, erettosi al Santo un nuovo altare, si fece un'altra solenne verifica, presieduta dal canonico Pescante della Cattedrale di Udine, delegato dall'Abate Commendatario Agostino Priolo; e, con l'antichissima lastra di piombo testificante l'autenticità delle reliquie, furono trovati l'intero capo con cinque denti, una scapola, i due femori, le tibie ed i peroni; le tre ossa d'un braccio, sei costole, quattro vertebre, ed altre frazioni di ossa che non si poterono identificare.

Un'ultima ricognizione fu fatta il 23 maggio 1844 dal Vescovo di Adria Bernardo Antonio Squarcina, sotto la cui giurisdizione erano passate le parrocchie della Vangadizza comprese nel Polesine; e le preziose reliquie, rinchiuse in una nuova cassetta di larice, suggellata con antiche lamine di piombo e coi sigilli vescovili, furono ricollocate nell'artistica arca di marmo di Carrara, costruita fin dal 1824 su disegno dell'architetto Fadiga di Venezia.

Una mano mummificata del Santo, rinchiusa in un bel reliquiario d'argento, il primo luglio d'ogni anno, viene esposta alla venerazione dei fedeli e portata processionalmente fino al sostegno della Bova, sull'alta sponda dell'Adige, dalle cui terribili inondazioni i Badiesi, per intercessione di Teobaldo, furono più volte scampati.


- NASCITA  ED  ADOLESCENZA  DEL  SANTO -


La prima vita di S.Teobaldo, dalla quale hanno preso le mosse tutti i biografi del Santo, è stata scritta dal monaco Pietro, Abate della Vangadizza, contemporaneo del pio eremita, suo intimo amico e direttore spirituale, lodato da San Pier Damiani per la sua grande virtù ed il suo vasto sapere.

Tale vita – in seguito alla fama acquistata dal Santo dopo il suo transito – fu subito richiesta dai monasteri dell'Ordine benedettino, dalle biblioteche pubbliche e da archivi cittadini. Per molti anni però restò quasi chiusa fra le mura dei conventi, e fu solamente circa sei secoli dopo che il certosino Giacomo Mosandro la rese pubblica, inserendola in un supplemento alle Vite del Surio. Prima di ciò, la chiara tradizione ed i continui prodigi poterono bastare a tener viva nel popolo la devozione a Teobaldo.

Il Protettore della nostra antica Città è nato nel 1033 in Francia, in Provins, fra la Senna e la Marna, oggi capoluogo di circondario, un dì capitale della contea tributaria di Brie.

Il padre, Arnolfo, era feudatario della terra, riscuoteva tributi, teneva corte e soldati ; la madre, Willa, figlia di Alberto I° conte di Vermandois, discendeva da Re Pipino.

Willa, giovane religiosissima, andando sposa al conte di Provins, recò in cuore una speranza: quella di diventare madre d'una creatura privilegiata.
Infatti, molti anni indietro, l'arcivescovo S.Teobaldo di Vienna, sapiente restauratore dei Benedettini di Tour, prozio di Willa, parlando con la madre di quest'ultima, illuminato da spirito profetico, era uscito in queste solenni parole: “ O generosa donna, rallegrati, che da te nascerà una fanciulla, la quale diventerà madre d'un figlio di rari meriti, che avanzerà in dignità tutta la nostra gente, e sarà grande innanzi a Dio ed agli uomini”.

La profezia fu poi confermata da una povera, piissima vecchia alla stessa Willa, mentre questa portava già in seno il futuro Santo: “ Il figlio che nascerà da te avrà un posto principale presso Dio e sarà la gloria dei suoi parenti”.

E così Teobaldo, atteso con gran desiderio, venne un giorno a rallegrare la famiglia cristiana di Arnolfo, suscitando nell'animo di questo liete visioni, a cui non andava disgiunta la speranza di poter fare del figlio un forte e virtuoso guerriero, che avrebbe a suo tempo allargata la potenza e la gloria dei conti palatini di Brie.

Willa, da vera madre cristiana, tenne il figlio presso di sé. In un secolo,in cui i soli pregi riconosciuti erano l'audacia del cuore e la forza del braccio, l'egoismo e l'ambizione formavano quasi l'unica legge dei potenti feudatari, e le ricche castellane avevano preso a gingillarsi con menestrelli e buffoni, fu gran merito della figlia dei Vermandois l'aver allevato il suo primogenito nel santo timore di Dio, così da poterlo far passare fra la corruzione delle corti conservandogli intatta la stola della purezza, da renderlo umilissimo fra tanto fasto, infervorato, fra tanta violenza, nell'amore a Gesù Crocifisso, nella carità verso il prossimo, specialmente verso i poveri, in cui vedeva l'immagine viva del Cristo dolorante.

Sono facili ad immaginare le adulazioni dei vassalli, che riconoscevano in lui il loro signore, le premure, la devozione dei cortigiani, dei servi. Sapevano tutti che il padre non vedeva l'ora che Teobaldo raggiungesse l'età degli speroni d'oro, per avviarlo a gloriose imprese. Ma Teobaldo, riservato dal Signore ad imprese più nobili e sante di quelle d'ogni cavalleria, si rifugiava volentieri fra le braccia materne, cercava i silenzi dei boschi della Champagne, dove il suo spirito s'indiava, e la sua giovinezza si apriva a castissimi amori.

Fu così che l'erede del conte di Brie e Troys conobbe in un'isoletta della Senna il pio Burcardo, uomo colto e dabbene, il quale conduceva vita eremitica e fu poi monaco. A lui Teobaldo affidò la propria direzione spirituale. Burcardo, dopo lungo esame, dopo digiuni e preghiere, ispirato da Dio, trovò il giovane maturo per la vita perfetta: l'incoraggiò allora ad entrare risolutamente in quella santa e insuperabile cavalleria che ha per signora Madonna Povertà, per divisa la virtù virginale, per bandiera la croce, per arma la preghiera e la carità del prossimo.

Da quel giorno, i cortigiani, se avessero potuto spingere lo sguardo nella vita intima del loro giovane signore, avrebbero scoperto, sotto le splendide vesti del paggio, il rozzo sacco del penitente ; e più sotto ancora un aspro cilicio portato a castigare un'adolescenza, che nessuna passione era mai riuscita a contaminare.


- DALLA  POVERTA'  AL  MARTIRIO -


Venne la Pasqua del 1054, ed il conte di Provins, compiendo il proprio figlio i ventun anni, pensò d'armarlo cavaliere.

La promozione di un giovane a cavaliere dava luogo a grandi feste; cui seguiva un periodo di prova, durante il quale i nuovi armati lasciavano per lo più il castello paterno, e andavano per il mondo in cerca di migliore ventura.

Teobaldo s'era preparato alla solenne cerimonia meditando sul Crocifisso i dolori della Passione; e – nell'età dei sogni, dell'amore, degli ardimenti – si dispose a salire il proprio Calvario.

Entrando nella milizia, cinta la gloriosa spada dei suoi maggiori, Teobaldo, accompagnato come era suo diritto, da una splendida scorta, lasciò Provins per recarsi a Reims.

Ma in questa città congedò il seguito, trattenendo soltanto con sé il fedelissimo soldato Gualtiero e passò all'abbazia di San Remigio, i cui monaci l'accolsero con grande letizia, edificandosi di tanta umiltà in mezzo al suo grande splendore e della sua profonda pietà.

Lasciata nella medesima notte l'abbazia, Teobaldo e Gualtiero, uniti dallo stesso voto di povertà, cambiarono le loro ricche vesti con il sacco di due poveri; rivolgendo poi i loro passi verso le Ardenne col duplice scopo di sottrarsi alle probabili ricerche del signore di Provins e di abbandonarsi alla Provvidenza vivendo di elemosina.

Arrivarono alla contea di Chiny. Ritiratisi sul monte, si procacciavano il pane sottoponendosi a dure fatiche nelle cave di sasso, nello scavo dei boschi, nel taglio dei prati, nella mietitura, facendo da garzoni a mandriani, muratori, carbonai, tenendo per sé poco pane e distribuendo la maggior parte degli scarsi guadagni ai vecchi ed agli ammalati.

Ma la fatica, per quanto resa più aspra dal digiuno, alternata alla preghiera tornava ai penitenti dolcissima: numerose conversioni, dovute all'esempio della loro vita santa, spargevano poi rose sul loro spinoso cammino. Ed il Signore per dimostrare quanto gli tornasse accetta la carità ardente di Teobaldo, operò miracoli.

Il giovane cavaliere, in un giorno d'estate, lavorava con Gualtiero ed alcuni montanatri nel preparare carbone di legna: il sole infocava la roccia e faceva maggiormente sentire l'assoluta mancanza d'acqua. Teobaldo impietosito dalla pena dei suoi compagni, si raccolse a pregare fervorosamente. Alzatosi poi in piedi battè l'arido macigno. Una fresca sorgente zampillò da esso e i carbonai poterono dissetarsi.

Divulgatasi la notizia del prodigio fu un grande accorrere di gente alla montagna di Chiny. Si voleva vedere l'uomo di Dio raccomandarsi alle sue preghiere. Teobaldo vide in pericolo la propria umiltà; temette d'essere riconosciuto e strappato dal suo cammino, accordatosi perciò con Gualtiero fuggì verso Treviri.

Tra Clerf e Lussemburgo, nella diocesi di Treviri, sorgeva il castello di Pittingen. Teobaldo e Gualtiero si stabilirono in una boscaglia vicina procurandosi il pane facendo i carbonai.

Ma al penitente di Chiny quella vita di lavoro senza contrasti, di preghiera senza mortificazioni sembrò troppo comoda. Teobaldo sentì il bisogno d'un padrone che lo comandasse, lo spingesse innanzi col pungolo sulle vie della perfezione spirituale.

Passò allora al servizio di un rozzo contadino che gli diede da purgare dalle erbacce un proprio vigneto. Il sordido padrone vedendo la sua lentezza che pur dipendeva dalle difficoltà del lavoro e dalla mancanza di forze, tormentava il giovane con un bastone appuntito, incitandolo alla fretta come si trattasse d'un pigro bovino. E Teobaldo sopportava in silenzio il martirio e ringraziava col cuore il Signore perchè lo rendeva degno di patire per amor suo.

Quando Gualtiero rattristato da tanta sofferenza volle venire in suo aiuto e pregò il vignaiolo di non tormentare oltre il compagno, Teobaldo prese le difese del padrone e continuò l'ingrato lavoro fin che l'ebbe finito.

Per ben due anni durò quella vita d'umiliazione e di stenti : il corpo di Teobaldo esauriva le proprie forze in lunghe veglie ed aspri digiuni; ma lo spirito suo s'avvicinava sempre più a Dio, attratto dalla bellezza infinita, dalle divine perfezioni, pregustando tra le infermità e le miserie di questa terra, gli ineffabili gaudi del Cielo.

Finalmente, ispirato dal Signore, Teobaldo con Gualtiero ed un tale Odone che da qualche tempo s'era unito a lui, lasciò i boschi di Pittingen e intraprese il pellegrinaggio per San Giacomo di Compostella, città della Galizia, onde venerarvi le reliquie del grande Apostolo degli Ebrei tanto caro a Gesù.


- PELLEGRINAGGIO  D'AMORE -


Il pellegrinaggio a San Giacomo di Compostella durò oltre un anno e fu per Teobaldo un anno d'aspra penitenza, di notti trascorse all'aperto tra i rigori delle nevi e la tormenta, di lunghi meriggi affrontati al sole bruciante delle strade polverose, tra le insidie del demonio che gli appariva di tanto in tanto in aspetto terribile e lo gettava a terra sull'orlo di precipizi.

Il Signore però non lasciò mai di proteggerlo.

Nelle selve di Chiaromonte in cui Teobaldo s'era smarrito coi suoi compagni, mentre i pellegrini stavano per venire meno per il lungo digiuno, in un luogo accessibile solamente ai lupi fece trovare loro numerosi e freschi pani ed un limpido ruscello. Il cibo prodigioso e l'acqua ridiedero ai penitenti la forza di riprendere il cammino e di ritrovare la via che avevano smarrita.

Teobaldo, Gualtiero e Odone reso alle reliquie dell'apostolo Giacomo il tributo della loro profonda devozione, tornarono nella diocesi di Treviri dove il giovane cavaliere, estenuato dalle penitenze, dovette imporsi un periodo di riposo.

Si ritirò coi suoi compagni in un bosco e costruitasi con rami d'alberi una rozza capanna, si diede alla preghiera ed alla meditazione di Gesù Crocifisso, vivendo di frutti selvatici e di qualche tozzo di pan nero accattato tra la povera gente. Desideroso di poter recitare i salmi e di poter meglio intendere i comandamenti del Signore, aiutato dal chierico Odone, approfittò della forzata sosta per imparare a leggere.

Che Teobaldo a ventiquattr'anni e di casa nobile e ricca non sapesse leggere non deve meravigliare. I suoi erano tempi nei quali la gioventù brillante non pensava che a maneggiare la spada, i principi, i re lasciavano la cura delle lettere ai segretari e cancellieri convalidandone gli atti con semplice sigillo.

Imparato a leggere, Teobaldo desiderò possedere un salterio. Ma come procurarselo in tanta povertà?...I libri scritti a mano non si potevano allora trovare con la poca spesa e facilità d'oggi. Gualtiero volendo contentare il suo giovane signore, persuase questo a mandare Odone al castello di Provins per chiedervi al conte l'acquisto del libro desiderato.

E' facile immaginare la commozione d'Arnolfo e Willa. Accolsero con tenera gioia i saluti del figliolo; ricevettero con riverenza il pane da lui mandato, il quale distribuito fra molte persone affette da una grave epidemia, ebbe la virtù di liberarle.
Arnolfo, mosso dal sentimento paterno, indusse poi Odone a condurlo fino alla segreta dimora del figlio, Ma come questi lo scorse da lontano, immaginando che volesse condurlo a casa, auguratogli ogni bene, riparò nel folto della foresta non ritornando dai suoi compagni solo dopo d'essersi assicurato della partenza del padre.

Gli fu di grande consolazione il dono del salterio; però temendo molto il ritorno del conte e più ancora la visita della madre sempre teneramente amata, non volendo esporre il proprio cuore, ormai tutto di Dio, all'assalto di creature che pensava avrebbero fatto di tutto per trarlo dalla sua via, lasciò Odone e con il fido Gualtiero prese la via di Roma.

Roma, la sede del Vicario di Cristo, il cuore a cui affluisce ed in cui si rinnova il sangue della cristianità fu sempre una dolce meta per i pellegrini, che pur d'arrivarvi sfidavano i pericoli e le fatiche di lunghissimi viaggi per mari infestati da predoni, per contrade difficili piene d'insidie.

Teobaldo giunse a Roma nel sesto anno del suo ritiro dal Mondo; si prostrò innanzi alle tombe dei santi Apostoli nella basilica di S.Pietro ed ai loculi dei martiri nelle catacombe con il fervore d'un santo assetato di sacrificio. Pregò e pianse; e dalla preghiera e dalle lacrime scaturì il nuovo sogno: portarsi a piedi fino a Venezia, prendervi una nave che partisse per l'Asia Minore, passare in Terra Santa ed ivi, su quelle zolle bagnate dai sudori e dal sangue dell'Uomo – Dio, confessare la fede col martirio.

E' il pio sogno che due secoli dopo inebrierà la gioventù di Francesco d'Assisi; ma a cui essendo diversa la volontà di Dio converrà rinunciare.
Benedetto dal Vicario di Gesù Cristo, Teobaldo lasciò Roma e traverso l'Appennino, per le Marche e l'Emilia giunse nel Veneto.

Ma i lunghi digiuni, le difficoltà del viaggio – durante il quale sembra abbia anche subito maltrattamenti d'una compagnia di masnadieri che l'avevano preso per uno spione – lo costrinsero ad interrompere il cammino per Venezia ed a trascinarsi lentamente verso i Colli Euganei per cercarvi un rifugio nel quale potesse pure curare la salute del compagno Gualtiero le cui forze si ribellavano ad ulteriori fatiche.

Fu allora che Teobaldo capitò a Badia? Che vi conobbe e strinse amicizia con l'abate Pietro della Vangadizza, il quale gli fu poi direttore spirituale e maestro fino alla morte ?... Nulla di certo. Però il fatto che a quei tempi una delle strade preferite dai romei e percorsa un secolo dopo dallo stesso San Bellino nell'andare a Roma a rivendicarvi i diritti della sua Chiesa, passava poco lungi da Badia, induce a guardare dolcemente alla leggenda popolare che il nobil cavaliere di Madonna Povertà abbia maturato appieno la propria vocazione eremitica nella nostra Abbazia, ai piedi del grande Crocifisso di cedro che un tempo era venerato presso il Monastero e che oggi, per volontà del nostro zelante Arciprete, sorge sopra l'altare maggiore della nostra bella chiesa parrocchiale.

Ho detto leggenda perchè il simulacro non sembra tanto antico. E' una leggenda però non contrasta con quel “discorrere” dei pii romei lungo “i confini d'Italia”, a cui accenna l'abate Pietro, per cercarvi il suddetto rifugio e con la tenerissima devozione che Teobaldo ebbe per il Crocifisso.

- L'EREMITA  DI  SAIANEGA -


Poco lungi da Sossano, un giorno feudo dei Carrara – detti anche Pilei per aver avuto in dono il pileo e chiamati oggi Papafava – trovasi la contrada di Saianega, corruzione dell'antico nome di Salanica.

Nel Mille boschi secolari coprivano la breve valle che si stende tra le ultime pendici dei Colli Iberici ed il principio degli Euganei – boschi che davano al luogo quel “bello orrido” che esercitò sempre una forte attrattiva sull'anima dei grandi solitari dei santi eremiti.

In uno di quei boschi esisteva una chiesa ormai in rovina, costruita da S.Romualdo stretto parente del Carrara, come centro d'un eremo da lui fondato e abbandonato poi dai suoi monaci. La chiesa era dedicata ai santi Ermagora e Fortunato, due grandi apostoli della Fede, martirizzati a Belgrado, le reliquie dei quali si venerano nell'antica gloriosa basilica d'Aquileia.

Invaghito dal luogo Teobaldo, appena Gualtiero si rimise in salute, lo mandò a Verona ove a quei tempi si trovavano i Carrara, per aver il permesso di stabilirvisi.

Avuto facilmente il permesso Gualtiero tornò a Saianega e allora, restaurata come meglio si potè la cappella furono costruiti intorno ad essa alcuni piccoli tuguri, povere celle discoste l'una dall'altra, destinate a raccogliere le preghiere e le lacrime di penitenza di alcuni pii solitari che guadagnati dall'esempio del grande Pellegrino s'erano già stretti intorno a lui.

Della boscaglia, dell'antica chiesa e dell'annesso eremo non rimane più nulla. Il tempo e l'interesse materiale ne hanno cancellate le tracce. Però nel luogo dove sorgeva la chiesatta esiste ancora oggi una cappella dedicata a S.Teobaldo, abbellita nel 1791 per concorso di popolo serve a testimoniare la grande devozione qualche volta affievolita, mai dimenticata per il santo Eremita.

“ Sotto la mensa dell'altare della cappella – scrive padre Macà nella sua storia di Vicenza – si trova la cassa di pietra in cui sono posti gli avanzi di un cadavere “. E' opinione dei più che si tratti del corpo di Gualtiero il quale, preparato dalla continua meditazione delle cose celesti e dalle grandi penitenze, moriva ricco di meriti appena dopo due anni di soggiorno a Saianega.

La vita di S.Teobaldo a Saianega fu tutta un eroismo di penitenza.

Mentre cedendo alle insistenze del proprio direttore spirituale, l'abate Pietro della Vangadizza che visitava frequentemente il santo Eremita confortandolo con sapienza e carità e istruito dal diacono Duionisio divenuto suo discepolo, si preparava al sacerdozio, andava staccandosi sempre più dalla vita terrena negando ogni ristoro alla carne di cui frenava gli incessanti stimoli con mortificazioni e preghiere.

Come Antonio e Romualdo che avevano preso per letto la nuda pietra, egli passava le notti sopra un rustico legno concavo o prostrato a terra portando sempre sulla pelle un aspro cilicio. Fattosi poi un flagello con strisce di cuoio si disciplinava lungamente fino a perdere i sensi.

E per nascondere ai confratelli le dolci follie del suo spirito innamorato della Croce quando si trovava infermo steso sul proprio giaciglio si lasciava coprire dall'eremita che l'assisteva, ma appena questi se ne andava tornava ad alzarsi e, inginocchiato sull'umida terra, s'immergeva nella contemplazione del Crocifisso per ricoricarsi un po' prima che si venisse a chiamarlo per il mattutino.

Rifiutando sempre le carni il suo cibo si ridusse presto a pan d'orzo, erbe e radici, ma poi anche il pan d'orzo gli parve un lusso e l'abolì dai suoi pasti.

Dopo la morte di Gualtiero sentita e pianta come quella d'un fratello amatissimo, Teobaldo scelse come proprio ministro Odone venuto a lui dalla Champagne al quale affidò anche la cura temporale dell'eremo, popolato già da numerosi uomini dabbene che, ammirando la vita santa del meraviglioso Pellegrino, erano stati presi dal desiderio d'imitarla.

E Odone rispose pienamente alla fiducia del Santo, fu il suo prudente consigliere, l'esecutore fedele dei suoi ordini, il segreto testimonio delle sue penitenze e dei suoi celestiali trasporti, l'infermiere nelle sue malattie e, dopo la morte, confortato ed istruito dal Maestro fu colui che ne trafugò prodigiosamente la salma dalla cattedrale di Vicenza per portarla alla nostra Abbazia fra i camaldolesi, di cui lo stesso Teobaldo nell'ultimo anno di vita, desideroso come tutte le grandi anime di sacrificare all'obbedienza la propria volontà, aveva voluto abbracciare la regola.


- SACERDOTE  E  SANTO -


Preparata la mente con lo studio delle lettere latine e delle sacre scritture, preparato il cuore con l'amore a Gesù Crocifisso, quando maggiormente la sua profonda umiltà lo spingeva a nascondersi nell'eremo e da tutti, a trattenersi solo con Dio, l'obbedienza all'Abate Pietro della Vangadizza indusse Teobaldo ad accettare l'ordinazione sacerdotale.

L'ordinò Sindecherio Vescovo di Vicenza uomo di meriti insigni, grande benefattore dei Benedettini, il quale intenerito dalla santità dell'Eremita, avrebbe voluto inscriverlo fra il proprio clero e trattenerlo a servizio della sua Cattedrale.

Ma Teobaldo preferì il romitorio e qui, dopo l'ordinazione, il fervore del suo spirito,la sua pietà fecero passi giganteschi e le visioni e le estasi gli diventarono tanto frequenti da potersi dire che i suoi sette anni di sacerdozio furono una continua ascesa, un'anticipazione della vita celeste.

Durante la preghiera gli angeli gli apparivano vestiti di splendide vesti o sotto forma di candide colombe ; si trattenevano a parlare con lui della gloria e bontà di Dio, della vita e felicità dei beati infiammandolo sempre più nella divina carità, trasformando in dolcezze ineffabili i dolori delle sue aspre penitenze. Ebbe pure frequentissime visite dei martiri Ermagora e Fortunato, i quali lo confortavano contro le insidie del demonio adiratissimo.
Eppure, fra tanto martirio d'angelica purezza, fra tanta effusione di celeste amore Teobaldo non cessava di piangere con vivissimo dolore le proprie colpe, finchè un giorno, mentre più accasciato del solito domandava a Dio perdono si fece sentire una voce dal Cielo che gli disse: “Non piangere oltre Teobaldo che i tuoi peccati ti sono rimessi”:

Così, due secoli dopo Francesco d'Assisi, già santificato al punto d'essere fatto degno d'aver sul proprio corpo le stimmate della Crocifissione, piangerà sconsolato i propri mancamenti attribuendo quasi solamente ad essi i dolori della Passione; così faranno tutte le grandi anime prima di giungere in Paradiso.

La gente del Vicentino non tardò molto a scoprire nell'Eremita Teobaldo un'anima privilegiata, un santo.

Folle di visitatori accorrevano a lui desiderosi di vederlo, di udirne la parola ardente di carità e fede apostolica. Non che Teobaldo fosse un grande oratore come Antonio da Padova e Bonaventira, anzi si può quasi pensare che non abbia predicato, ma le sue esortazioni semplici e soavi, unite all'esempio d'una vita da cui emanava “ il buon odore di Cristo” valevano più di ogni predica a consolare gli afflitti, convertire i peccatori, confermare nelle virtù i buoni cristiani.

Tutto ciò era diventato così normale che Satana, vedendosi strappare molte anime ritenute ormai sicure, cominciò a tormentarlo con fortissime tentazioni, con visioni spaventose.

La purezza angelica dell'ancora giovane Eremita fu messa a dura prova. Riuscite poi vane le tentazioni il demonio, permettendo Dio, incominciò a turbarlo e insidiargli la vita.

Nel profondo della notte quando Teobaldo pregava, il maligno correva a disturbarlo con chiamate improvvise, rumori assordanti e spintoni che lo gettavano a terra. Un giorno, mentre l'eremita era portato in barroccio da una famiglia in discordia per mettervi pace e traversava il Fiume nuovo presso Lonigo ingrossato da recenti piogge, il demonio fece uscire una ruota dal suo asse. Infermo ed incapace di nuotare l'Eremita sarebbe indubbiamente annegato se il Signore non l'avesse sostenuto sulle acque e riportato salvo e asciutto alla riva mentre biroccio e cavallo venivano trascinati dalla corrente.



- IL TAUMATURGO -


A secondare l'evangelica carità del suo fedele Servo, Dio concesse a Teobaldo la facoltà di fare miracoli. Il racconto particolareggiato di questi giunto fino a noi dopo tanti secoli offre un'idea della virtù taumaturgica del nostro glorioso Patrono, quando viveva ancora sulla terra.

Un giorno una numerosa comitiva di milanesi tornando da un pellegrinaggio a San Marco di Venezia arrivarono all'eremo stanchi ed affamati. Teobaldo offrì da mangiare e mentre gli ospiti si sfamavano pregò Dionisio di portare loro del vino. - Del vino – pensò il diacono – dove trovarne per tanta gente ?..,.E poi non ricordava forse che il poco che rimaneva l'aveva bevuto lui stesso la sera avanti ?...
Ma Teobaldo leggendogli il pensiero ripetè il proprio ordine e poi, vedendo che Dionisio non si muoveva tornò di nuovo a ripeterglielo.

Il diacono alquanto infastidito dalla insistenza andò in cerca del vaso per mostrarlo al superiore e ritenendolo sempre vuoto, lo alzò bruscamente e un'ondata di vino gli traboccò sull'abito. Tornò allora commosso dagli ospiti portando da bere e mostrando loro il saio macchiato, svelò il prodigio. I pellegrini bevettero a sazietà e lasciarono tanto vino che bastò agli eremiti per altre tre settimane.

Una febbre infettiva ardentissima metteva un giorno in pericolo frate Odone. Teobaldo lo fece portare in chiesa sopra un lettuccio, celebrò la messa in sua presenza, lo comunicò e l'infermo venne improvvisamente risanato.

Un soldato alontino avendo il figlio gravemente malato accorse a Teobaldo. Questi benedì una mela e gliela offrì perchè la portasse al figliuolo. Il giovanetto che da tempo non poteva ingerire cibi, addentato il frutto sentì subito la voglia di mangiarlo interamente. Lo fece tra lo stupore dei presenti e da quel momento restò libero da ogni malanno.

Un sacerdote di Castel Celsano rimasto cieco invocò l'aiuto di Teobaldo. “Sono imprese da Santi gli rispose l'Eremita e lo lasciò.
Ma il prete ottenuto un po' di acqua in cui padre Teobaldo s'era purificato le dita per la messa, si bagnò gli occhi e recuperò la vista.
La notizia di tanti prodigi fra i quali sta lo stesso accorrere d'immense folle da lontani paesi si spande ovunque e superando le Alpi giunge al castello di Provins dove ricordano con amore Teobaldo.

Il conte Arnolfo recandosi in pellegrinaggio alla tomba dei Santi Apostoli di Roma stabilisce di passare ritornando all'eremo di Saianega.
Teobaldo preavvisato angelicamente della venuta del padre e di alcuni suoi antichi sudditi raccomanda a frate Odone di disporre per la loro migliore accoglienza. Il conte di Provins non ha bisogno di nulla e a lui basta rivedere il figlio e stringersi al cuore quel tesoro di santità che onora altissimamente la sua nobile Casa.

Ritornato il conte al suo castello, Willa madre di Teobaldo, commossa dalle notizie avute sul figlio prediletto, indusse il marito ad accompagnarla da lui e, quando fu a Saianega lo persuase a lasciarvela perchè potesse seguire il figlio sulla via dell'umiltà e della penitenza.

Lasciò Willa le sue vesti di broccato per l'umile saio camaldolese, le sale del castello per la cella eremitica, il comando per l'obbedienza e trovò nel figlio il maestro che l'accompagnò sul sentiero della perfezione.

Teobaldo qualunque fosse la stagione si portava ogni giorno da lei per recarle il nutrimento necessario per lo spirito e per il corpo e, quando il tramonto era sereno e l'aria tepida circondava il poggio sul quale stava la capanna della madre, Teobaldo e Willa s'intrattenevano conversando sulla infinita bontà di Dio, sulla magnificenza della creazione e l'anima loro s'univa in un canto sublime di lode, d'amore, di desideri celesti.

Così un tempo Agostino e Monica già sulla via della santificazione passavano le loro serate sotto il cielo di Ostia.


- SULLA VETTA -


Nel 1062 il conte di Provins desideroso di abbracciare il figlio e rivedere la consorte scese una terza volta in Italia.

Teobaldo lo accolse con grandissimo affetto, gli parlò a lungodel dovere d'accettare con pazienza e serenità le prove del Signore e nel congedarlo l'animò a prepararsi all'annuncio d'una grave sventura che avrebbe ricevuto prima di tornare a casa.

In quell'anno Baldovino, reggente di Francia, fingendo di muovere contro i Mori, invase la Guascogna per unirla alla corona del pupillo.

Il fratello di Teobaldo rispondendo alla chiamata del suo signore e desideroso di distinguersi, prese parte alla spedizione, ma in uno dei primo scontri restò ucciso.

Il Santo n'ebbe notizia dagli angeli mentre stava col padre. Non volendolo però distogliere dall'intrapreso pellegrinaggio a Roma gli parlò solamente d'una prossima sventura.

Partito il conte Arnolfo, Teobaldo radunò i suoi eremiti e comunicò loro il fatto, offrì il divin sacrificio a suffragio del fratello e recatosi poi a visitare la madre si trattenne lungamente con lei condividendone le lacrime e le preghiere.

Alcune settimane dopo il conte Arnolfo, mentre valicava le Alpi per tornare a casa, veniva incontrato da un corriere spedito ad annunciargli la morte del figlio.

Teobaldo col dono della profezia, provato da molti avvenimenti da lui predetti, ebbe quello di ricondurre la pace nelle famiglie, fra i cittadini, fra paesi e paesi, fra i pastori d'anime ed il loro gregge.

Quanti parroci, quanti vescovi si rivolgevano a lui nelle loro difficoltà e ne partivano confortati.

Eriberto vescovo di Modena, in seguito a gravi contrasti sorti tra lui e le autorità civili ed i cittadini, versava in gravi angustie perchè si voleva ad ogni costo la sua rinuncia al governo della diocesi e si minacciava anche di cacciarlo dalla propria sede a mano armata.

Fra tante difficoltà Eriberto mandò a Teobaldo una sorella monaca onde supplicarlo di pregare per lui e la sua diocesi.

Teobaldo si ritirò per tutto il giorno a pregare ed il mattino dopo celebrò la Messa per la pace della chiesa modenese.

Quel mattino le lacrime del santo si mescolarono col preziosissimo Sangue dell'Uomo-Dio.

Finita la Messa e fatto il ringraziamento l'eremita chiamò la monaca e le disse di tornare dal fratello vescovo che l'avrebbe ritrovato pienamente riconciliato con i suoi diocesani e nell'incontrasto possesso della propria sede.

Innumerewvoli erano poi le spose, i genitori che si rivolgevano a lui ed ottenevano per le sue preghiere, accompagnate sempre da digiuni e mortificazioni, il rutorno del marito, il rinsavimento dei figliuoli o la riconciliazione fra i fratelli.

Pareva che dovunque egli arrivasse con la sua preghiera il demone della discordia fuggisse spaventato dalla sua presenza per cedere il campo alla viva carità di cui era veramente infiammato il cuore del Santo.

Le tentazioni della carne hanno pertanto sempre formato la più terribile e tormentosa prova dei grandi santi.

San Paolo già elevato alla visione del terzo Cielo piangeva invocando la liberazione del suo corpo di morte; il vecchio San Girolamo nel deserto della Palestina doveva ancora combattere contro la concupiscenza; San Francesco d'Assisi si gettava nudo fra le spine d'un rosaio per essere liberato dagli assalti dell'impurità.

Così Teobaldo che pur conservò fino all'ultimo la sua candida purezza non fu lasciato in pace che quando, due anni prima della morte
l'anima sua angelicata potè prendere il completo dominio sul suo corpo ridotto ad una larva.

Stremato il Santo di forze tanto da non poter stare in piedi, coperto d'ulceri dolorosissime, inchiodato sopra un duro giaciglio avendo per capezzale una pietra, il demonio della carne dovette darsi vinto e troncare i suoi assalti. Teobaldo ne fu gratissimo al Signore e impossibilitato a recitare il divino ufficio gli rendeva grazie offrendogli con santa letizia i propri dolori.

Lo assisteva l'eremita Odone il quale, cedendo al desiderio dei numerosi sacerdoti e laici che accorrevano a Saianega, introduceva i visitatori nella misera capanna.

L'infermo aveva per tutti uno sguardo di bontà, un sorriso, una pia parola. A coloro poi che mossi a pietà del suo stato lo commiseravano rivolgeva un invito che solamente l'esempio sublime del Golgota poteva mettere sulle labbra del sofferente : “Gaudemus in Domine!”

Aveva trentatre anni e Teobaldo a quella età arrivava alla vetta del proprio Calvario.

Prevedendo l'imminente fine fece chiamare l'abate Pietro della Vangadizza e avutolo vicino gli raccomandò la madre ed i figli spirituali. Fu quindi preso da grandi angustie perchè il demonio, profittando del suo esaurimento fisico tentò d'indurlo a disperare della propria salvezza. Ma venne il Santo Viatico ricevuto dal morente con viva fede e profonda umiltà ed ogni angustia scomparve. I Santi Ermagora e Fortunato comparvero a confortare gli ultimi momenti del martire che invocando ripetutamente il Signore d'avere misericordia del suo popolo, in un'estasi di carità rese lo spirito.

Era il I° luglio dell'anno 1066.

La madre, gli eremiti si chinarono piangenti e devoti a baciare il corpo del Santo e con meraviglia constatarono che ogni piaga era scomparsa da esso, mentre un profumo di paradiso riempiva l'umile cella.


- DALLA  CATTEDRALE  DI  VICENZA -
- ALLA  VANGADIZZA -


Diffusasi la notizia che l'eremita Teobaldo era morto la gente dei dintorni accorse all'eremo desiderosa di vedere la salma di colui che tutti avevano ormai proclamato santo e di procurarsi una sua reliquia.

Vennero anche i Vicentini i quali, avendo avuto Teobaldo l'ordinazione dal loro Vescovo lo consideravano come proprio sacerdote. Vennero in giorno di domenica in grande folla accompagnati dal loro clero e da soldati e, invaso l'eremo, nonostante l'opposizione di Willa e degli eremiti, s'impossessarono della salma, la deposero sopra un carro trionfale e con grande onore la trasportarono a Vicenza.

Arrivata alla Cattedrale la salma fu ricevuta in consegna dal Capitolo e dal Vescovo e fu esposta sopra in ricco catafalco, lasciandone scoperto il viso che si mantenne per più giorni roseo e intatto nonostante i calori della stagione e conservò il sorriso che l'aveva abbellito nell'angelico transito.

Dopo alcuni giorni i Vicentini temendo che l'intervento del'abate Pietro della Vamgadizza e del marchese Azzo II signore di Badia potesse constringere i magistrati della città a rendere agli eremiti di Saianega il corpo di Teobaldo, provvidero alla sepoltura. Messolo in un sarcofago di pietra lo seppellirono nel coro sotterraneo vicino all'altare della confessione.

La gente affluiva sempre numerosa sul sepolcro del Santo e Dio rispondeva a tanta devozione con frequenti miracoli.

Teobaldo che durante la sua breve vita aveva dischiusi a molti gli occhi della fede incominciò, dalla tomba di Vicenza a ridonare la vista a molti ciechi che a lui ricorrevano nella loro grave infermità.

Una povera donna di Alta Villa cieca dalla nascita, confidando nell'intercessione del Santo si reca alla cattedrale di Vicenza e, fra la meraviglia dei conterranei torna che ci vede al paese. Una donna della città colpita dalla stessa disgrazia si fa condurre alla tomba di Teobaldo, lo prega fervorosamente e parte anch'essa guarita. Così colpita ad una popolana di Castel Tressino, così a molti altri di cui lo storico del Santo omette i nomi perchè sarebbero troppi.

Dei numerosi ciechi graziati da S.Teobaldo parla anche l'elogio posto sotto la sua antica pala, venerata nella cattedrale di Vicenza, definendolo “sumus oculorum reparator”.

Innumerevoli furono i paralitici che per sua intercessione riacquistarono il vigore della salute, i rattrappiti che riebbero l'uso pieno degli arti, i sordomuti che acquistarono udito e favella, i calunniati che ricorrendo a lui videro rifulgere la propria innocenza ed ottennero piena giustizia.

Dopo che i Vicentini ebbero portata via la salma quasi ancora calda di Teobaldo, gli eremiti di Saianega e la contessa Willa, madre del Santo, ricorsero all'abate Pietro della Vangadizza. Assistiti da lui, riuscito vano l'intervento del marchese Azzo II e d'altri potenti signori, si raccolsero in cenacolo e con preghiere, lacrime e penitenze si diedero a supplicare Dio perchè avesse a concedere che almeno una porzione delle amate reliquie ritornassero all'eremo.

Ma il corpo ormai era stato messo al sicuro nella cripta dell'antico duono di Vicenza.

Passarono così alcuni anni.

Nella primavera del 1074 l'eremita Odone, prediletto del Santo, desideroso di stare vicino alla tomba del maestro, affitttò una casa in Vicenza presso la Cattedrale ed andò a dimorarvi con Giovanni e Martino suoi confratelli.

Una segreta speranza sosteneva gli eremiti nel loro sacrificio. Infatti dopo qualche tempo Odone cominciò ad avere delle visioni.

“ Sorgi e mettiti all'opera – gli disse in sogno un angelo – e il tuo desiderio sarà compiuto”.

“Che fai custode inseparabile del mio corpo? - gli domandò lo stesso Teobaldo mentre egli stava pregando sulla sua tomba – Tu sarai pago se cominceai a scavare”. E lo condusse miracolosamente presso il muro esterno del coro in un campetto abbandonato, chiuso tra altissimi muri.

E visioni ebbero contemporaneamente la contessa Willa, nella sua cella di Saianega e l'abate Pietro mentre si trovava a Verona. Ad entrambi fu comandato d'incoraggiare Odone ad intraprendere lo scavo sotterraneo per raggiungere il sarcofago del Santo.

Giovanni e Martino scesi dalla loro casa nel campetto muniti di vanghe si diedero a scavare e raggiunsero presto la profondità di venti piedi,qui cominciavano le fondamenta della Cattedrale.

Sapendo che l'arca del Maestro non poteva essere così a fondo si raccolsero con Odone a pregare. Furono allora incoraggiati a scavare fino sotto le fondamenta larghe dodici piedi ed a trapassarle.

Per quanto l'impresa si facesse rischiosa e difficilissima continuarono la loro opera. Si portarono così sotto il coro della confessione. Odone vigilava intanto all'esterno.

Il terreno era molle e si doveva risalire. Occorreva però una grande cautela per non allarmare i sacerdoti che si raccoglievano frequentemente nel coro soprastante.

Lavorando di vanga e portanto fuori a poco a poco la terra, esplorando il terreno con una verga di ferro si trovò finalmente il sepolcro. Giunti a questo gli eremiti usando scalpelli, forarono durante la notte il fondo del sarcofago rendendo così possibile ad Odone di estrarre i resti del Santo ridotti, dopo otto anni, allo scheletro, a poca carne ancor viva da cui emanava un profumo di giglio.

Odone avvolse le desiderate reliquie in un lenzuolo, le portò nella propria casa mentre i suoi compagni faevano scomparire ogni traccia della galleria.

Avvisato quindi l'abate Pietro questi corse a Vicenza e con gli eremiti dispose che il corpo, recato di notte fuori della città, invece che a Saianega dove non sarebbe stato mai sicuro venisse portato al Monastero di Badia sulla riva destra dell'Adige.

Azzo II signore di Badia, per assicurare l'impresa mandò un manipolo di soldati e quando seppe che le preziose relikquie stavano per giungere messe egli stesso ad incontrarle con la propria corte e con una folla di popolo esultante.

Era la sera del 10 agosto dell'anno 1074. Dopo alcuni mesi di desolante siccità, per cui l'acqua era venuta a mancare nei pozzi, una benefica pioggia scendeva durante la notte a riaccendere la speranza nel cuote del laborioso colono.

Per un anno intero, per disposizione del marchese Azzo II e dellabate Pietro il corpo di S.Teobaldo rimase esposto nella chiesa della Vangadizza. Fu un anno di pellegrinaggi e di grazie in cui la generosità del Santo e la devozione dei fedeli pareva andassero a gara nel render gloria a Dio con manifestazioni che lasciarono nella storia un indimenticabile ricordo.


- LA  CANONIZZAZIONE -


La canonizzazione di Teobaldo venne fatta in conformità alla disciplina della Chiesa ed appena qualche anno dopo la morte del Santo. Il Papa Alessandro II morto nel 1070 annunciò alla Cattolicità l'avvenuta canonizzazionecon la seguente bolla:

“ALESSANDRO VESCOVO servo dei servi di Dio a tutti i professanti la fede di Cristo salute ed apostolica benedizione“

Una celebre fama divulga molte cose illustri e degne di ammirazione intorno al sacerdote Eremita di nome Teobaldo. Che sia vissuto santamente e religiosamente e spogliatosi di tutto abbia seguito i divini comandamenti è notorio, essendo vissuto fra i contemporanei. Manifestano con indubItata fede i di lui meriti le denunce dei prodigi riferiti anche da molti uomini religiosi e bene informati.

“Per il che a conoscenza della di Lui vita e dei miracoli accertati da non fallaci testimonianze, dietro suppliche di Mainardo, Damiano Vescovo e del popolo di Vicenza, la Chiesa Romana lo riconobbe degno di venerazione. Poichè non resti alcun dubbio ch'Egli non sia coronato in Cielo tra gli eletti, ordiniamo che la di Lui memoria sia come degli altri santi celebrata in terra solenne.”

Vi fu chi volle attribuire la bolla di canonizzazione ad Alessandro III salito al Pontificato nel 1159, ma l'accenno a San Pier Damiano morto nel 1080 toglie ogni dubbio che Teobaldo sia stato elevato all'onore degli altari da Alessandro II, tanto più che subito dopo morto il santo Eremita – a dire del Mabillon - “per i crescenti miracoli intorno al di lui corpo fu ritenuto santo”. Poi il fatto che il popolo vicentino si trova fra i primi a chiedere il decreto della Chiesa Romana, mentre i signori di Badia ed i Monaci della Vangadizza sono assenti è la migliore conferma che l'istanza e la bolla papale salgono al tempo in cui il corpo di Teobaldo si trovava ancora nel Duomo di Vicenza, cioè prima del 1074.

Tutto ciò senza osservare che se Teobaldo non fosse stato canonizzato prima del suo trasporto a Badia, l'Abate Pietro e Azzo II non avrebbero potuto esporne il corpo alla pubblica venerazione per un anno intero nella chiesa della Vangadizza, essendo fin d'allora obbligatorio per un tale atto ”l'indulto di culto” da parte della Santa Sede, né si saprebbero spiegare le numerose chiese e gli altari dedicategli nel primo decennio della sua morte in Italia e Francia.


- PARTE  DELLE  RELIQUIE  IN  FRANCIA -


Fra i migliori discepoli dell'Eremita si trovava un giovane francese di nome Rodolfo. Tornato in patria dopo la morte del Maestro nel 1074 era di nuovo a Saianega per assistervi Willa che non aveva mai voluto abbandonare il proprio ritiro.

Arrivato però all'eremo ed informato della traslazione delle ossa del suo venerato concittadino a Badia, Rodolfo proseguì per la Vangadizza dove Azzo II e l'abate Pietro lo indussero a recarsi a San Pietro di Lagny dall'abate Arnolfo, fratello di Teobaldo per invitarlo a venire in Italia onde partecipare all'apoteosi del nostro Santo.

Il giovane monaco dopo alcuni giorni si rimise in viaggio per la Champagne dove riuscì a persuadere Arnolfo ad intraprendere il lunghissimo viaggio per l'Italia.

Preceduto dal monaco Rodolfo, l'abate di Lagny arrivò alla Vangadizza e vi fu ricevuto con grandi onori, tre giorni avanti a quello stabilito per l'esposizione del Fratello da cui continuava ad emanare un soavissimo profumo.

Arnolfo chiese un colloquio al marchese Azzo e pieno di confidenza, ricordandogli la propria consanguineità con Teobaldo, le fatiche del viaggio sostenute, il dovere di dare sempre maggiore sviluppo alla devozione del Santo gli domandò una parte del prezioso corpo.

Il marchese si mostrò dapprima contrario ad ogni cessione. Gli rincresceva privare i proprii domini d'una parte del tesoro e temeva nello stesso tempo l'ira dei Lombardi fra i quali la devozione a San Teobaldo era vivissima.

Ma le lacrime del pio abate finirono col commuovere il principe.

Pochi giorni dopo il primo colloquio, Azzo chiamò a sé il fratello del Santo e l'abate Pietro e dispose che fossero donati al primo il braccio destro con la scapola, due coste, due vertebre, quattro denti, una porzione di carne ed il cilicio.

In questa occasione essendosi per consiglio dei monaci rasa al Santo la corona dei capelli, uscirono da una ferita alcune profumatissime gocce di latte.

Avute le reliquie, l'abate Arnolfo in compagnia del venerando monaco Ivone si recò all'eremo di Saianega per mostrarle alla madre. Willa venerò devotamente le sante ossa del figlio defunto e pianse di consolazione.

Dopo qualche giorno Arnolfo prese la via per la Francia. Con un felicissimo viaggio arrivò a Sens, dove l'Arcivescovo Richerio, circondato dal clero e da una turba di popolo mosse ad incontrarlo.

Le reliquie furono quindi portate a Provins patria del Santo ed infine, passando di trionfo in trionfo giunsero a Lagny e furono collocate nella Chiesa di San Pietro.

Numerosissimi miracoli avvennero durante la traslazione delle reliquie nella chiesa abbaziale di Lagny. Così Teobaldo, come presso di noi acquistò in tutta la Francia la fama di taumaturgo.


- LA  DEVOZIONE  A  S.  TEOBALDO -


Abbiamo già accennato alla grande devozione che si aveva per San Teobaldo nel Vicentino, alle cappelle dedicategli nella Cattedrale di Vicenza e nella parrocchia di Sossano. Dobbiamo ora aggiungere che da remotissimi tempi presso Ca' Soncin, nell'antica parrocchia di Lumignano gli era stata dedicata una chiesa dovuta alla riconoscenza per le sue innumerevoli grazie.

Grandissima poi è sempre stata la devozione dei Francesi verso il loro illustre concittadino.

Parigi, Reims, Metz, Toul, Treviri, Digione, Autun, Brienne andarono a gara nell'erigergli chiese ed altari. Meta di pellegrinaggi era poi il santuario erettogli presso il Monastero di S.Pietro di Lagny dietro indicazione dello stesso Santo.

Racconta lo storico Mabillon che un mendicante vivente nei dintorni del Monastero qualche tempo dopo l'arrivo delle eliquie del santo Eremita ebbe una visione nella quale gli fu comandato di presentarsi al pio monaco Ivone, già compagno dell'abate Arnolfo nel suo viaggio a Badia, per indurlo ad adoperarsi perchè in una località della vicina selva denominata Fagos, venisse costruita una chiesa in cui fossero poi collocate le reliquie di S.Teobaldo.

Il povero credendosi vittima d'un sogno e conoscendo la propria pochezza non si mosse, né si mosse quando la visione si ripetè.

Ebbe allora una terza visione e questa volta avendo manifestata la propria ignoranza della località nominategli, il mendico venne accompagnato nel fitto della selva e gli fu indicato il posto in cui doveva sorgere la chiesa. Si vide quindi innanzi la bella e raggiante figura di San Teobaldo e si sentì incoraggiato a compiere la missione affidatagli.

Il povero si presentò ad Ivone il quale con l'Abate Arnolfo giudicò sulle prime che si trattasse d'un semplice gioco di fantasia, ma poi, vista l'insistenza del mendicante lo seguì nel folto della boscaglia fino alla località Fagos dove da un piccolo scavo praticato dal veggente sgorgò all'improvviso una copiosa sorgente, la cui acqua benedetta col braccio del santo Eremita, acquistò subito la virtù di sanare gli infermi.

Vi accorsero i ciechi e molti di essi acquistarono la vista, gli storpi furono raddrizzati, i paralitici in gran numero riebbero la vigoria, gli sconsolati ed infermi di spirito ripartirono portando in cuore la consolazione e la pace.

Il fratello del Santo, venuto pure alla selva, vi fece atterrare molti alberi e costruire poi sul luogo una grandiosa chiesa che raccolse le preziose reliquie. L'opera dei secoli rovinò in seguito il tempio e le venerate Ossa andarono divise fra diverse chiese in cui la devozione per Teobaldo fu sempre viva.

Ma non meno viva nel passato fu la devozione a Teobaldo nella nostra Terra.

L'altare sul quale si trovava l'antica arca era continuamente visitata dai fedeli e numerose lampade vi ardevano simbolo della fiducia che si poneva nel Santo, della gratitudine di mille cuori consolati, d'una venerazione trasmessa ininterrottamente di padre in figlio, anche traverso le devastazioni spirituali dei secoli di mezzo.

Il 10 agosto si celebrava a Badia la festa della traslazione delle sue Ossa recitandosi nell'Ufficio lezioni ed orazioni proprie. Ma la maggior festa a cui partecipavano tutti i Badiesi era quella del primo luglio, anniversario della morte.

In questo giorno nel quale si vietavano persino ai Rettori di rendere pubblica ragione come abbiamo già detto, dopo il canto dei Vespri partiva dall'Abbaziale una lunga processione alla quale prendevano parte i monaci, tutti i sacerdoti secolari della diocesi Vangadicense, il Magistrato della città con gli impiegati civili e si può dire l'intera popolazione. Cantando inni “all'esimio confessore”, la processione si recava sull'alta sponda dell'Adige dove esce l'Adigetto per la benedizione del fiume.

Di ritorno in chiesa con la venerata mano del Santo si benediva una certa quantità di acqua contenuta in alcuni recipienti e la si distribuiva poi ai devoti che la bevevano o si bagnavano gli occhi.

Non erano soltanto i Badiesi che si raccoglievano il primo luglio a venerare il loro Santo, i devoti accorrevano in folla anche dai dintorni specialmente dai distretti di Lendinara, Este, Montagnana, Legnago portando a Badia un'aria di festività, un ardore sacro di cui lo storico Bronziero ce ne ha mandato lieto ricordo.


- LA  PREDILETTA  DEL  SANTO -


L'11 agosto 1750 le acque dell'Adige cresciute fino a toccare il bordo degli argini, minacciavano una terribile rotta: era la rovina di centinaia di famiglie e la morte forse dell'antico Comune.

I cittadini si strinsero intorno all'urna del loro Patrono e invocatone l'aiuto ne portarono processionalmente alla Bova la venerata Mano. Dopo Litanie dei Santi invocata l'intercessione del Taumaturgo, il sacerdote recante la reliquia benedì il fiume. Si riprese quindi la via del ritorno. La processione non era ancora giunta all'Abbaziale che le acque cominciarono a decrescere e si ridussero presto al loro normale livello.

Né questa fu la sola volta che il santo Eremita di Saianega salvò la sua prediletta Città dalle inondazioni dell'Adige: i nostri vecchi ricordano d'essere stati pur essi testimoni d'un così mirabile prodigio.

Non per nulla Teobaldo ha scelto la nostra Città a custode del suo prezioso Corpo.


- TORNIAMO  ADUNQUE  A  TEOBALDO -


Quando si guardano i miracoli compiuti da San Teobaldo dopo la sua morte, specialmente quelli provatissimi avvenuti nella prima metà del 1600, allorchè l'eresia protestante ed il malcostume avevano quasi soffocato in gran parte dell'Europa il sentimento della fede, non si riesce a persuadersi come un così grande Taumaturgo possa essere stato dimenticato e la sua urna sia oggi lasciata tanto sola. La soppressione del Monastero in cui il suo corpo era venerato, la rovina della sua chiesa ed il ritiro per diversi anni delle Ossa in un loculo provvisorio, poco noto ai fedeli, gli sconvolgimenti polici e sociali di quasi un secolo con il conseguente indifferentismo religioso, hanno indubbiamente congiurato a stendere un velo sopra un lungo passato tanto glorioso per la nostra Città la quale, dopo Adria e Gavello fu indubbiamente la più antica ed illustre del Polesine.

Ma ormai i tempi sono cambiati, si sente dovunque spirare un'aria nuova sgombra dai mefitici miasmi che hanno avvelenate le ultime generazioni, allontanandole dalle glorie più belle della Patria.

E' spuntata una nuova alba di fede, i cuori si riaprono al palpito della vita spirituale e l'anima assetata sente il bisogno di riavvicinarsi alle fonti della grazia. Giunge quindi propizio il nono centenario della nascita del nostro Santo Patrono.

Non sembra questo un invito a tutti i cittadini della nobile Terra di Badia a ritornare a Lui perchè – Maestro e Protettore – ci guidi e ci sostenga in un cammino sul quale le occasioni del male sono così frequenti, i pericoli per lo spirito innumerevoli, le vittorie difficilissime ?

Teobaldo che pure conobbe e vinse le insidie del demonio e le seduzioni della carne ci aiuterà nella nostra battaglia quotidiana perchè ne riusciamo vincitori.

Un giorno un monaco di San Luigi, per penitenza fu condannato a portare al collo una pesantissima catena che, trapassato un grosso muro venne poi fortemente fissata dalla parte opposta.

Nella sua angustia il povero religioso ricorse a San Teobaldo pregandolo di volerlo liberare. Ebbe appena finito di pregare che il grosso muro si aprì e lasciò andare la catena che cadde infranta ai piedi del condannato.

Anche noi povere creature condannate a subire le conseguenze dell'antico fallo, portiamo al collo una pesante catena di miserie spirituali e fisiche; stringiamoci nelle nostre pene intorno alla bianca urna che racchiude le reliquie del nostro Santo, stringiamoci tutti, oranti e fiduciosi ed anche le nostre catene cadranno infrante, così che i nostri spiriti riacquisteranno la propria libertà e i nostri cuori la pace.